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La città mancata di Hector Jacinto Cavone Felicioni

E’ scomparso l’architetto Hector Jacinto Cavone Felicioni, presidente della sezione “Valerio Croce” di Italia Nostra. 
Lo scorso anno chiesi all’architetto un contributo per il progetto DiscantoTeramo, lo cercai come persona edotta del bello e dell’architettura. Accolse l’invito con garbo nonostante non ci conoscessimo di persona. Seguirono contatti per mesi, telefonate, chat…utilizzammo ogni mezzo a nostra disposizione per chiarire ogni aspetto del mio proposito editoriale.
Dopo qualche tempo pensai che non avrei mai avuto l’articolo firmato da HJ, mi disse che doveva far riposare il testo in un cassetto. 
L’articolo arrivò mesi dopo, io stavo cercando una diversa collocazione per DiscantoTeramo e decisi di non pubblicare l’intervento sul web ma attendere la stampa di un libriccino, cosa che sto preparando ancora oggi.
Quelle che seguono sono le sue considerazioni,  sugli spazi e sulla società.
In basso, l’ultimo post mandatomi su facebook.

G.B.

E’ sempre più difficile vivere in una società dove all’insegna di una presunta “Libertà” è ormai lecita qualsiasi azione. Ed il mondo dell’architettura non vi si sottrae. Basta osservare. Ma oggi l’osservazione è un lusso in mano a pochi, che hanno potuto, per doti, tempo e denaro, affinarla. Ai più è lasciata la possibilità di vedere, a volte di guardare. Ma solo l’osservazione consente di leggere tra le trame di un fitto tessuto urbano e architettonico quale è il nostro, l’insinuarsi di subdole strutture, che sotto la sembianza dell’innovazione e della “modernità”, sviliscono noi ed il nostro patrimonio architettonico, noi e la nostra cultura, noi e la nostra storia. Solo l’urlo di un coro di voci all’unisono potrebbe essere capace di risvegliarci tutti da una sorta di torpore sociale, che lascia che tutto si compia in un totale silenzio-assenso. Come sostiene Gregotti nel suo libro, tre sono forme di una architettura mancata: la rinuncia al disegno di modificazione del presente come progetto di confronto critico con il contesto, la rinuncia alla capacità di vedere piccolo, con precisione, tra le cose, e la rinuncia alla durata dell’opera di architettura come metafora di eternità.

Senza scadere nel revisionismo storico, è bene, ogni tanto, spolverare le condizioni che hanno causato errori nel passato, per evitare di caderci ancora, anzi comprendendo, dagli eventi succedutisi, sia vizi che le virtù, evitando il ripetersi delle passate sconclusionate azioni, realizzate evidentemente, contro l’interesse stesso della città.

Io credo che tutto quello che è possibile costruire oggi, e mi riferisco chiaramente solo a quelle che possono essere considerate opere architettoniche, deve il tutto a una indispensabile presa di coscienza di ciò che è già stato fatto. Senza le conoscenze del passato, che non significa influenza, degli scritti antichi e delle opere più datate, non possiamo andare oltre, cioè avanti. Per farmi capire uso una frase di Adolf Loos che mi ha molto colpito: “Un architetto è soltanto un muratore che ha imparato il latino”. Sarà memorabile questo presente per aver prodotto la città senza forma, la città degradata, dove ogni luogo ha lo stesso valore, dove non ci sono riferimenti, dove l’omogeneità sconcerta, crea disagio, annichilisce, perchè non stimola nè fantasia, nè tanto meno pensiero. Così mentre ogni piccolo artista cerca il proprio spazio originale, i migliori si ripropongono di copiare gli antichi e di parlare come essi, questo è quanto ho più imparato da Adolf Loos. Cicerone nel de oratore, 2.36, dichiarava:Historia est testis temporum lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis” = “ La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, nunzia dell’antichità”.

Mi piacerebbe che tu inserisca questo mio disegno accanto al mio articolo. grazie

Tullio Reggio: avifauna da balcone

tullio

Fotografi e videomaker, in generale coloro che “fanno le immagini”, sono alla continua ricerca di un soggetto.

Spesso la ricerca riguarda coloro che si avvicinano al mondo della fotografia come mezzo espressivo e spesso contemplando l’arte in modo amatoriale, cioè non per professione ma come espressione di un amore, di una sensibilità verso un certo linguaggio.

La ricerca di un soggetto è un falso mito, non esiste un soggetto che possa esprimere al meglio la nostra “capacità lessicale”, esiste invece un’attitudine a “vedere” l’immagine che si nasconde dietro al fluire degli accadimenti.

La visualizzazione prima dello scatto, un punto fondamentale nella teoria della fotografia, da Ansel Adams a Edward Weston: fotografo è colui che vede la fotografia già nella propria testa, prima dello scatto.
Non si tratta di “pensare” al modo di comporre una fotografia, non la costruzione mentale dell’immagine nello spazio del fotogramma, ma una sorta di Satori , un atto illuminante completo in sé, anche senza lo scatto. Questo è il punto di arrivo. “Fotografia a braccio”, potremmo dire prendendo a prestito dalla poesia.
Ansel Adams era arrivato al punto di vedere per immagini, anche senza una macchina fotografica.

Il fotografo teramano Francesco Oronzii, qualche anno fa, mi raccontò che Paul Strand, fotografo che aveva girato tutto il mondo, negli ultimi anni di vita fu costretto a casa da una malattia.
Non potendo smettere di esprimersi attraverso le immagini, cominciò ad osservare il proprio giardino.
Un ecosistema dinamico, in equilibrio e in continua evoluzione. Il soggetto della ricerca fotografica di Strand diventò quel giardino. Oggi Franco mi ricordava questa frase:  “Ho girato il mondo intero per scoprire poi che il mondo era nel mio giardino”.

La storia di Paul Strand mi è venuta in mente guardando il bel video di Tullio Reggio, filosofo e videomaker.

Lo scorso anno Tullio prese un camper, andò in Val Chiarino con un lettore mp3 e un amplificatore da chitarra. Aveva campionato gli ululati del lupo e dormiva in montagna per girare un video sul lupo abruzzese.I lupi nei suoi video rispondono al richiamo, però non si vedono.

Quest’anno ha pensato di girare un video sul terrazzo di casa. E c’è molto del “Reggio filosofo” e anche dell’appassionato videomaker.

vimeo

Berardino Perilli: un videodocumentario

Con deferenza a voi signor m’inchinoBerardino piano americano
e la mia identità faccio palese
mi chiamo Perilli Berardino
Campotosto d’Abruzzo è il mio paese.
Forse per un bel gioco del destino
la fiamma del poetare in me si accese
non importa se scalda molto o poco
l’essenziale è che non si spegne il fuoco.

Il lupo, ben si sa, per sua natura
alla pecora sempre fa violenza
perché in tal modo il cibo si procura
quindi è la lotta alla sopravvivenza
mentre l’uomo, l’umana creatura,
e il gran ragionator per eccellenza
spesse volte diventa un lupo fello
poiché lu’ succhia il sangue del fratello.

Il link che segue è un documentario girato a Campotosto (AQ) il 9 settembre 2011.
Berardino Perilli è tra gli ultimi depositari della cultura dei poeti a braccio abruzzesi. Pastori che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento imparavano a memoria i poemi di Tasso, Ariosto, Dante, Tassoni, Manzoni, scambiandosi libri nelle stazioni disseminate lungo i tratturi che dall’Abruzzo portavano alle Puglie.
I poeti a braccio componevano a loro volta versi e li tramandavano oralmente.
Berardino Perilli era il più giovane tra i pastori che partecipavano ai certamen poetici, oggi vive tra Rieti e Campotosto, dove torna a primavera assieme al suo gregge.
Tante poesie di Berardino non sono mai state trascritte. Il poeta conserva in una busta della spesa dei “pizzini”, così li chiama, con i versi trascritti dei vecchi poeti a braccio.
Il documentario proposto da Rètina è stato ideato e girato da Gaetano Bellone  e montato successivamente per rendere fruibile il filmato che assume così il valore di documento.
Dall’intervista di Mariagiorgia Ulbar è stato tratto un articolo pubblicato sulla rivista Hamelin edita a Bologna.

https://vimeo.com/61884893

 

Il premio

Ci davano confetti all’anice, le suore. Era il premio, dicevano loro, ed effettivamente tale dovevano considerarlo perché veniva sempre dopo lunghe e umilianti prediche.
C’era la madre superiora al Regina Margherita di Teramo, suor Chiara, che aveva una grande scrivania in mogano biondo con un cestino pieno di confetti all’anice.
Dopo le sgridate, i lunghi e pedanti discorsi, le prediche, le ramanzine, la suora addolciva il boccone con un confetto all’anice. Il concetto era quello di “un pugno e una carezza”, un noumeno derviscio con i palmi alternati: uno verso l’alto ed uno verso il basso.
Prendere e dare.
Il principio sottende tutto il nostro contemporaneo sistema sociale: yin e yang, bene e male, bianco e nero, dolce e amaro, agro e dolce, inverte il tragicomico principio secondo il quale “dopo il ridere viene il piangere” o, in questo caso, viceversa. Insomma, il riflesso inconsapevole della generazione che sarebbe diventata la mia, la generazione dell’incoerenza, alla quale i nostri genitori- non solo i miei, si badi, ma tutti i genitori degli anni 80 – ci avrebbero educati.

Il “premio” che arriva dopo la marachella.
Ho avuto molti cani. Fin da bambino. Alcuni li ho addestrati personalmente, ma sarebbe più calzante dire che li ho “educati” personalmente. Non educati a una qualche abilità che potesse rendermi fiero in quanto padrone di un cane poderoso e virtuoso. Li ho educati a vivere da cani. Per qualche tempo ho osservato le criticità connesse all’esistenza di un cane, le necessità, i pericoli, i bisogni, le voglie, le caratteristiche endemiche delle razze, le disparate situazioni nelle quali un cane nella sua vita deve sapersi districare.
Dopo questa mia analisi ho diviso le fasi di training secondo principi chiari, coerenti e comprensibili. Per quanto riguarda i pericoli del territorio, la prima cosa che ho dovuto far capire loro è stata il pericolo degli uomini al volante. Portavo a spasso il cane col guinzaglio tenuto dal finestrino, mi accostavo talmente ai muri da non lasciargli spazio per passare. Adesso, quando passa una macchina, il mio cane si schiaccia contro il muro. Altro pericolo è la naturale propensione dei cani alla fuga. E’ un pericolo perché potrebbero morire di stenti. Per prima cosa portai il mio cane su una montagna e lo lasciai libero. Lo chiamai un paio di volte, non venne, me ne andai. Tornai dopo tre ore. Lo trovai sul ciglio della strada, mortificato, pronto a salire. Il giardino di casa mia ha una porta sempre aperta, il mio cane ogni sera rientra da solo.
Altro rischio: il boccone avvelenato. Presi uno sconosciuto qualunque, un ragazzino. Gli diedi 5 mila lire e gli dissi di portare al mio cane delle polpette piene di pepe e peperoncino. Lo fece. Ora il mio cane non mangia più dagli sconosciuti.
Al guinzaglio l’ho abituato in breve, portandolo con me in giro per colline e campagne, ma questa ritengo non sia una necessità primaria nell’educazione di un cane. Cosa assai importante è inculcare il senso del limite. Alcuni, ignoranti, credono che il cane vada educato con il bastone. Io credo che ad un cane si possa insegnare il senso del limite partendo dal basso. Presi a parlare con tono di voce bassissimo al mio cane, affinché considerasse quella la normale comunicazione tra noi. Nel caso di nefandezze, urlavo in tono secco e cupo: “No!”. Il mio cane riconosce quel grido come sintomo di errore e disapprovazione, quando capita, abbassa le orecchie e si sente completamente umiliato.
A questo punto toccava l’ultimo e più importante degli insegnamenti: non affezionarsi all’uomo, non essere dipendente dall’uomo, in parole povere il mio cane non doveva riporre la propria felicità nel mio amore.
Presi a non salutarlo. I cani vengono abituati a sciocche effusioni, saluti e salamelecchi che li instupidiscono, li rendono melensi e sdolcinati. Così soffrono quando sono lontani dal padrone e non riescono mai a rifarsi una vita tutta loro, una compagna. Elemosinano continuamente la carezza o il buffetto, non pensano a costruirsi una famiglia.
Mi sedevo su un muretto in giardino e guardavo il mio cane negli occhi. Anche per ore, senza mai alzare la mano per accarezzarlo. Adesso io e il mio cane comunichiamo guardandoci negli occhi. Sono convinto che se lo portassi in montagna e fossi travolto da una valanga e solo la mia faccia fosse visibile fuori dal manto nevoso, basterebbe uno sguardo a mandarlo via. E avrebbe salva la vita.
La dolcezza non è sempre un premio. Il premio deve tenere conto del gusto del premiato. A me i confetti all’anice non sono mai piaciuti.
Mia nonna aveva un principio: “I bambini- diceva donna Silvia – si devono baciare soltanto quando dormono”. E questo fa sì che il “premio” uno non se lo aspetti da nessuno, anche perché magari più che un premio potrebbe essere una condanna.
Io di quelle prediche infantili di suor Chiara non ricordo una parola, ricordo solo la spasmodica attesa di quella condanna a forma di confetto bianco.
Com’è ingrato il mondo. E com’è lieto.