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La città mancata di Hector Jacinto Cavone Felicioni

E’ scomparso l’architetto Hector Jacinto Cavone Felicioni, presidente della sezione “Valerio Croce” di Italia Nostra. 
Lo scorso anno chiesi all’architetto un contributo per il progetto DiscantoTeramo, lo cercai come persona edotta del bello e dell’architettura. Accolse l’invito con garbo nonostante non ci conoscessimo di persona. Seguirono contatti per mesi, telefonate, chat…utilizzammo ogni mezzo a nostra disposizione per chiarire ogni aspetto del mio proposito editoriale.
Dopo qualche tempo pensai che non avrei mai avuto l’articolo firmato da HJ, mi disse che doveva far riposare il testo in un cassetto. 
L’articolo arrivò mesi dopo, io stavo cercando una diversa collocazione per DiscantoTeramo e decisi di non pubblicare l’intervento sul web ma attendere la stampa di un libriccino, cosa che sto preparando ancora oggi.
Quelle che seguono sono le sue considerazioni,  sugli spazi e sulla società.
In basso, l’ultimo post mandatomi su facebook.

G.B.

E’ sempre più difficile vivere in una società dove all’insegna di una presunta “Libertà” è ormai lecita qualsiasi azione. Ed il mondo dell’architettura non vi si sottrae. Basta osservare. Ma oggi l’osservazione è un lusso in mano a pochi, che hanno potuto, per doti, tempo e denaro, affinarla. Ai più è lasciata la possibilità di vedere, a volte di guardare. Ma solo l’osservazione consente di leggere tra le trame di un fitto tessuto urbano e architettonico quale è il nostro, l’insinuarsi di subdole strutture, che sotto la sembianza dell’innovazione e della “modernità”, sviliscono noi ed il nostro patrimonio architettonico, noi e la nostra cultura, noi e la nostra storia. Solo l’urlo di un coro di voci all’unisono potrebbe essere capace di risvegliarci tutti da una sorta di torpore sociale, che lascia che tutto si compia in un totale silenzio-assenso. Come sostiene Gregotti nel suo libro, tre sono forme di una architettura mancata: la rinuncia al disegno di modificazione del presente come progetto di confronto critico con il contesto, la rinuncia alla capacità di vedere piccolo, con precisione, tra le cose, e la rinuncia alla durata dell’opera di architettura come metafora di eternità.

Senza scadere nel revisionismo storico, è bene, ogni tanto, spolverare le condizioni che hanno causato errori nel passato, per evitare di caderci ancora, anzi comprendendo, dagli eventi succedutisi, sia vizi che le virtù, evitando il ripetersi delle passate sconclusionate azioni, realizzate evidentemente, contro l’interesse stesso della città.

Io credo che tutto quello che è possibile costruire oggi, e mi riferisco chiaramente solo a quelle che possono essere considerate opere architettoniche, deve il tutto a una indispensabile presa di coscienza di ciò che è già stato fatto. Senza le conoscenze del passato, che non significa influenza, degli scritti antichi e delle opere più datate, non possiamo andare oltre, cioè avanti. Per farmi capire uso una frase di Adolf Loos che mi ha molto colpito: “Un architetto è soltanto un muratore che ha imparato il latino”. Sarà memorabile questo presente per aver prodotto la città senza forma, la città degradata, dove ogni luogo ha lo stesso valore, dove non ci sono riferimenti, dove l’omogeneità sconcerta, crea disagio, annichilisce, perchè non stimola nè fantasia, nè tanto meno pensiero. Così mentre ogni piccolo artista cerca il proprio spazio originale, i migliori si ripropongono di copiare gli antichi e di parlare come essi, questo è quanto ho più imparato da Adolf Loos. Cicerone nel de oratore, 2.36, dichiarava:Historia est testis temporum lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis” = “ La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, nunzia dell’antichità”.

Mi piacerebbe che tu inserisca questo mio disegno accanto al mio articolo. grazie

Tullio Reggio: avifauna da balcone

tullio

Fotografi e videomaker, in generale coloro che “fanno le immagini”, sono alla continua ricerca di un soggetto.

Spesso la ricerca riguarda coloro che si avvicinano al mondo della fotografia come mezzo espressivo e spesso contemplando l’arte in modo amatoriale, cioè non per professione ma come espressione di un amore, di una sensibilità verso un certo linguaggio.

La ricerca di un soggetto è un falso mito, non esiste un soggetto che possa esprimere al meglio la nostra “capacità lessicale”, esiste invece un’attitudine a “vedere” l’immagine che si nasconde dietro al fluire degli accadimenti.

La visualizzazione prima dello scatto, un punto fondamentale nella teoria della fotografia, da Ansel Adams a Edward Weston: fotografo è colui che vede la fotografia già nella propria testa, prima dello scatto.
Non si tratta di “pensare” al modo di comporre una fotografia, non la costruzione mentale dell’immagine nello spazio del fotogramma, ma una sorta di Satori , un atto illuminante completo in sé, anche senza lo scatto. Questo è il punto di arrivo. “Fotografia a braccio”, potremmo dire prendendo a prestito dalla poesia.
Ansel Adams era arrivato al punto di vedere per immagini, anche senza una macchina fotografica.

Il fotografo teramano Francesco Oronzii, qualche anno fa, mi raccontò che Paul Strand, fotografo che aveva girato tutto il mondo, negli ultimi anni di vita fu costretto a casa da una malattia.
Non potendo smettere di esprimersi attraverso le immagini, cominciò ad osservare il proprio giardino.
Un ecosistema dinamico, in equilibrio e in continua evoluzione. Il soggetto della ricerca fotografica di Strand diventò quel giardino. Oggi Franco mi ricordava questa frase:  “Ho girato il mondo intero per scoprire poi che il mondo era nel mio giardino”.

La storia di Paul Strand mi è venuta in mente guardando il bel video di Tullio Reggio, filosofo e videomaker.

Lo scorso anno Tullio prese un camper, andò in Val Chiarino con un lettore mp3 e un amplificatore da chitarra. Aveva campionato gli ululati del lupo e dormiva in montagna per girare un video sul lupo abruzzese.I lupi nei suoi video rispondono al richiamo, però non si vedono.

Quest’anno ha pensato di girare un video sul terrazzo di casa. E c’è molto del “Reggio filosofo” e anche dell’appassionato videomaker.

vimeo

Berardino Perilli: un videodocumentario

Con deferenza a voi signor m’inchinoBerardino piano americano
e la mia identità faccio palese
mi chiamo Perilli Berardino
Campotosto d’Abruzzo è il mio paese.
Forse per un bel gioco del destino
la fiamma del poetare in me si accese
non importa se scalda molto o poco
l’essenziale è che non si spegne il fuoco.

Il lupo, ben si sa, per sua natura
alla pecora sempre fa violenza
perché in tal modo il cibo si procura
quindi è la lotta alla sopravvivenza
mentre l’uomo, l’umana creatura,
e il gran ragionator per eccellenza
spesse volte diventa un lupo fello
poiché lu’ succhia il sangue del fratello.

Il link che segue è un documentario girato a Campotosto (AQ) il 9 settembre 2011.
Berardino Perilli è tra gli ultimi depositari della cultura dei poeti a braccio abruzzesi. Pastori che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento imparavano a memoria i poemi di Tasso, Ariosto, Dante, Tassoni, Manzoni, scambiandosi libri nelle stazioni disseminate lungo i tratturi che dall’Abruzzo portavano alle Puglie.
I poeti a braccio componevano a loro volta versi e li tramandavano oralmente.
Berardino Perilli era il più giovane tra i pastori che partecipavano ai certamen poetici, oggi vive tra Rieti e Campotosto, dove torna a primavera assieme al suo gregge.
Tante poesie di Berardino non sono mai state trascritte. Il poeta conserva in una busta della spesa dei “pizzini”, così li chiama, con i versi trascritti dei vecchi poeti a braccio.
Il documentario proposto da Rètina è stato ideato e girato da Gaetano Bellone  e montato successivamente per rendere fruibile il filmato che assume così il valore di documento.
Dall’intervista di Mariagiorgia Ulbar è stato tratto un articolo pubblicato sulla rivista Hamelin edita a Bologna.

https://vimeo.com/61884893

 

Il premio

Ci davano confetti all’anice, le suore. Era il premio, dicevano loro, ed effettivamente tale dovevano considerarlo perché veniva sempre dopo lunghe e umilianti prediche.
C’era la madre superiora al Regina Margherita di Teramo, suor Chiara, che aveva una grande scrivania in mogano biondo con un cestino pieno di confetti all’anice.
Dopo le sgridate, i lunghi e pedanti discorsi, le prediche, le ramanzine, la suora addolciva il boccone con un confetto all’anice. Il concetto era quello di “un pugno e una carezza”, un noumeno derviscio con i palmi alternati: uno verso l’alto ed uno verso il basso.
Prendere e dare.
Il principio sottende tutto il nostro contemporaneo sistema sociale: yin e yang, bene e male, bianco e nero, dolce e amaro, agro e dolce, inverte il tragicomico principio secondo il quale “dopo il ridere viene il piangere” o, in questo caso, viceversa. Insomma, il riflesso inconsapevole della generazione che sarebbe diventata la mia, la generazione dell’incoerenza, alla quale i nostri genitori- non solo i miei, si badi, ma tutti i genitori degli anni 80 – ci avrebbero educati.

Il “premio” che arriva dopo la marachella.
Ho avuto molti cani. Fin da bambino. Alcuni li ho addestrati personalmente, ma sarebbe più calzante dire che li ho “educati” personalmente. Non educati a una qualche abilità che potesse rendermi fiero in quanto padrone di un cane poderoso e virtuoso. Li ho educati a vivere da cani. Per qualche tempo ho osservato le criticità connesse all’esistenza di un cane, le necessità, i pericoli, i bisogni, le voglie, le caratteristiche endemiche delle razze, le disparate situazioni nelle quali un cane nella sua vita deve sapersi districare.
Dopo questa mia analisi ho diviso le fasi di training secondo principi chiari, coerenti e comprensibili. Per quanto riguarda i pericoli del territorio, la prima cosa che ho dovuto far capire loro è stata il pericolo degli uomini al volante. Portavo a spasso il cane col guinzaglio tenuto dal finestrino, mi accostavo talmente ai muri da non lasciargli spazio per passare. Adesso, quando passa una macchina, il mio cane si schiaccia contro il muro. Altro pericolo è la naturale propensione dei cani alla fuga. E’ un pericolo perché potrebbero morire di stenti. Per prima cosa portai il mio cane su una montagna e lo lasciai libero. Lo chiamai un paio di volte, non venne, me ne andai. Tornai dopo tre ore. Lo trovai sul ciglio della strada, mortificato, pronto a salire. Il giardino di casa mia ha una porta sempre aperta, il mio cane ogni sera rientra da solo.
Altro rischio: il boccone avvelenato. Presi uno sconosciuto qualunque, un ragazzino. Gli diedi 5 mila lire e gli dissi di portare al mio cane delle polpette piene di pepe e peperoncino. Lo fece. Ora il mio cane non mangia più dagli sconosciuti.
Al guinzaglio l’ho abituato in breve, portandolo con me in giro per colline e campagne, ma questa ritengo non sia una necessità primaria nell’educazione di un cane. Cosa assai importante è inculcare il senso del limite. Alcuni, ignoranti, credono che il cane vada educato con il bastone. Io credo che ad un cane si possa insegnare il senso del limite partendo dal basso. Presi a parlare con tono di voce bassissimo al mio cane, affinché considerasse quella la normale comunicazione tra noi. Nel caso di nefandezze, urlavo in tono secco e cupo: “No!”. Il mio cane riconosce quel grido come sintomo di errore e disapprovazione, quando capita, abbassa le orecchie e si sente completamente umiliato.
A questo punto toccava l’ultimo e più importante degli insegnamenti: non affezionarsi all’uomo, non essere dipendente dall’uomo, in parole povere il mio cane non doveva riporre la propria felicità nel mio amore.
Presi a non salutarlo. I cani vengono abituati a sciocche effusioni, saluti e salamelecchi che li instupidiscono, li rendono melensi e sdolcinati. Così soffrono quando sono lontani dal padrone e non riescono mai a rifarsi una vita tutta loro, una compagna. Elemosinano continuamente la carezza o il buffetto, non pensano a costruirsi una famiglia.
Mi sedevo su un muretto in giardino e guardavo il mio cane negli occhi. Anche per ore, senza mai alzare la mano per accarezzarlo. Adesso io e il mio cane comunichiamo guardandoci negli occhi. Sono convinto che se lo portassi in montagna e fossi travolto da una valanga e solo la mia faccia fosse visibile fuori dal manto nevoso, basterebbe uno sguardo a mandarlo via. E avrebbe salva la vita.
La dolcezza non è sempre un premio. Il premio deve tenere conto del gusto del premiato. A me i confetti all’anice non sono mai piaciuti.
Mia nonna aveva un principio: “I bambini- diceva donna Silvia – si devono baciare soltanto quando dormono”. E questo fa sì che il “premio” uno non se lo aspetti da nessuno, anche perché magari più che un premio potrebbe essere una condanna.
Io di quelle prediche infantili di suor Chiara non ricordo una parola, ricordo solo la spasmodica attesa di quella condanna a forma di confetto bianco.
Com’è ingrato il mondo. E com’è lieto.

Il cane da riporto ovvero storia di un ruffiano

Di tutte le categorie canine che si incontrano per campi e scrivanie, la più deprecabile di tutte è il cane da riporto.
Il cane da riporto è quello animale addestrato ad uso et consumo del padrone, una razza inesistente in natura che non ha caratteristiche sue proprie, non vanta virtuosismi, non ha tratti distintivi, connotazioni eleganti o capacità peculiari: il cane da riporto esiste solo e soltanto in funzione del padrone, la dote che più di tutte gli è apprezzata è la fedeltà all’uomo, anzi l’abnegazione. La sola dote che può vantare, la sola caratteristica che gli è richiesta. Non c’è tratto che sia endemico nel carattere del cane, di suo non ha nulla se non quel cordone ombelicale che lo lega zampe e coda alla panza del padrone imperante.
Il padrone ardito e fiero spara le sue, il cane guitto e scodinzolante corre tra le sterpi e nei dirupi per portare indietro la preda. Quello- il padrone – l’arraffa con ingordigia e quell’altro, il cane, invece di ringhiare o reclamare che fa? Scodinzola contento e fiero, addirittura…Che poi la preda la consumi il padrone, non il cane, poco importa. Al cane piace star sotto al tavolo ad aspettar che i commensali gettino l’osso rosicchiato e surpato fino al midollo.
Il buon cane da riporto non fa storie, non si lamenta, resta lì in quell’angolo di strolo, con quegli occhioni imploranti di un sol sguardo da quel padrone tanto avido d’attenzioni e complimenti.
Al cane da riporto non sono richieste iniziative e la razza piano piano perde ogni capacità decisionale, ogni forma di indipendenza, ogni autonomia.
Una dote però, mi tocca dirlo, pure il cane da riporto ce l’ha: è la fedele riverenza al padrone. La venerazione, l’abnegazione più totale. Anche qualora il padrone non fosse poi un cacciatore di livello, anche se le cartucce in fin dei conti fossero fiacche e la preda un misero passerotto, il cane da riporto non fa commenti, non si astrae dal suo ruolo di mera obbedienza e compiacimento, il cane il passerotto lo riporta con la bocca serrata il giusto, con lo sguardo da fagiano o grande preda, in fin dei conti al padrone piace così.
Le poche scuciture che si concede un cane di sì labili fattezze sono quei pochi commenti fatti all’aia sul padrone un po’ incapace, sulla preda sotto misura, sul colpo non proprio a segno. Sono istanti, piccole manfrine da toelettatura, il giorno dopo il cane da riporto è sempre pronto e questuante per uno sguardo o un compito da assolvere, una formica da riportare.
Il cane e il suo padrone, lui ride, l’altro scodinzola, lui tira e l’altro corre, lui lascia e l’altro raccoglie, è questo il gioco che compete ai cani e ai padroni a cui piace averne.
Del resto, quali slanci di libertà potrebbe avere un cane da riporto? Amare un padrone che ti addestra a carne marcia e filo spinato: che sia ben chiaro, la preda non si mangia!
Che disdetta e che triste storia tocca scrivere all’epilogo di un rapporto tanto simbiotico…i casi sono due, un bel giorno il cane la preda se la sbrana e questo gesto, questo azzardo suona tanto di rivolta che al sol pensiero il padrone rimedia a schioppettate.
Oppure c’è il cane esausto, quello che non dà più soddisfazione. Perché è cosa nota che anche il padrone più egocentrico, alla lunga si stufa delle lusinghe del suo cane e v’è il sospetto: che siano mosse fatte all’uopo? Che sia solo l’arte di adorare a vuoto?
Questo dei due è il caso peggiore. Il padrone stanco mette il cane dentro a un sacco e lo lancia.
Giù, da una rupe qualsiasi.
Ben gli sta! A noi, noialtri voglio dire, noi addestratori di cani poderosi, lasciamo l’arbitrio al potenziale, al cane il fiuto, all’uomo l’ingegno e non parliamo mai di “cani e padroni”, ma di uomini e dei loro compagni, fedeli davvero.

Primo Riccitelli: il testamento

Vittorio Emanuele III
Per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re D’Italia l’anno mille novecento quindici il giorno diciassette ottobre in Villa Cognoli nella casa d’abitazione del sig. Giuseppe Riccitelli. Innanzi di noi Notaio […]
Sono presenti: il sig. Giuseppe Riccitelli fu Pancrazio, possidente, nato e domiciliato in Villa Cognoli di Campli ed i di costui figli sig.ri Antonio, Pancrazio, Emilia, Rosa, Santa e Camilla Riccitelli, possidenti, nati in Villa Cognoli e domiciliati i primi due a Bellante, le altre a Cognoli istessa e l’ultima a Teramo.
Pancrazio risiedeva dunque a Bellante, assieme allo zio prete, Don Emidio. Giuseppe, il padre, aveva “rinnovato” il nome del nonno: Pancrazio. Ma al figliolo nato in quella casa di Villa Cognoli il 9 agosto 1875 piacque, nella vita e nell’arte, essere chiamato Primo Riccitelli. Il Maestro.

Teramo, 21 luglio 2011. Tre uomini attendono sotto un portone, a pochi passi dal Comune di Teramo. Hanno un appuntamento ma non sanno con chi. Quello che sanno è perché: vogliono recuperare le partiture autografe di Primo Riccitelli.
Il campanile del Duomo ha appena suonato undici rintocchi. Nell’appartamento al piano superiore squilla un telefono. I tre uomini sentono il trillo, poi più niente. Qualcuno ha risposto. Tra un capo e l’altro del telefono c’è il massiccio del Gran Sasso. Un telefono squilla in via della Banca e dall’altra parte, un professore attende dal suo studio di Roma una voce di donna.
L’appuntamento salterà. Dopo la telefonata di quel professore, il telefono suonerà a vuoto. I tre uomini dovranno accontentarsi della voce di un balcone: «Andate via, non ho nulla da dirvi».

Il professore. Per anni la vecchia mulattiera di terra e sassi che dal bivio di Sant’Onofrio sale a Cognoli di Campli si trasforma in una meta abituale per due professori. Uno è teramano, appassionato musicologo e collezionista, l’altro viene da Roma. Viene spesso a Teramo e non resta in città a lungo. Va a fare visita all’anziano parroco di Bellante, visita Corropoli e più volte va a trovare amici di Campli. Ma l’interesse dei due professori si concentra sul piccolo borgo, Cognoli.
A Cognoli vive un fabbro, si è trasferito nella frazione nel 1972. Dante è di Civitella del Tronto ma ha sempre vissuto a Campli, almeno da quando fa il saldatore. La casa a Cognoli la compra per far contenta la moglie che è originaria di quelle parti. Ma non solo. La casa è un vero affare, è diroccata, il tetto è da rifare, ma ha una buona rimessa per i trattori e l’officina. Non solo. Il giornalista Fernando Aurini pure saliva spesso a Cognoli, proprio per via di quella casa che per tanti anni è stata data in affitto al vescovado di Teramo. Tre parroci hanno vissuto, almeno da quando Emilia Riccitelli, sorella di Primo, si è trasferita a Giulianova. E’lo zio Emidio, parroco anche lui, che ha aiutato i familiari ad affittare la casa alla parrocchia.
Fernando Aurini contro le pareti di quella casa ha messo una targa per ricordare a tutti che in quel luogo nacque Primo Riccitelli. Quella casa interessa a tanti.
Dante è in contatto continuo con il professore di Teramo, con quello di Roma non parla mai, non ricorda neanche il nome, ricorda però che era un esperto delle opere di Primo Riccitelli.
Non sappiamo in che modo Dante abbia preso parte in questa storia, tant’è che si trova a convivere con dei vicini di casa che vengono da fuori, da Milano, sono i pronipoti di “questo maestro di cui tanto si parla”. A Dante va il merito di mantenere quella targa, su quella parete, in quella casa. Agnese Riccitelli, pronipote del Maestro, vorrebbe fare un museo nella casa natia del compositore. Solo che la casa è divisa in due da una parete interna.
Dante è uno dei tre uomini ad attendere per quell’incontro che non avverrà mai. E’lui ad avere combinato la cosa, è lui ad avere il numero di telefono e l’indirizzo del professore scritti su un foglietto bianco, solo che il professore è morto e la valigia che dovrebbe contenere i manoscritti di Primo Riccitelli, almeno parte di essi, ce l’aveva lui.
Non una valigia di carteggi occulti ma il frutto di una ricerca filologica accurata, che comprende copie de Il Giornale D’Abruzzo, articoli di Fernando Aurini e anche delle lettere autografe recuperate nelle case parrocchiali e forse delle partiture, delle note segnate sul pentagramma da Primo, durante la degenza.
La seconda persona ad attendere sotto a quell’appartamento è un musicista, Scorzelli. Il maestro Scorzelli è titubante, non sa se davvero troveranno le partiture degli ultimi lavori di Primo Riccitelli: «Quando andai all’appuntamento, sapevo solo che una persona era entrata in possesso degli ultimi scritti del maestro. Quando Riccitelli si trasferì dalla sorella a Giulianova, era gravemente malato. Aveva bisogno delle visite continue di un medico che partiva da Teramo. Il maestro non poteva contare su grandi risorse finanziarie e la sorella avrebbe regalato delle partiture autografe al medico, a titolo di compenso. Quelle partiture, almeno così mi è stato detto, sono tutt’ora in possesso dei familiari del medico teramano».
La terza persona ad aspettare in quella via del centro storico di Teramo rappresenta lo Stato. Ha preso parte alla cosa solo con l’intento di rappresentare le istituzioni ed ufficializzare il recupero delle opere di un nostro conterraneo.
Alcune partiture di Primo Riccitelli sono tutt’ora irreperibili.
Perché- qualcuno potrebbe chiedersi- tenere le opere nascoste in un cassetto?
Spesso la tutela degli archivi privati presenta notevoli difficoltà, «dovute alla atavica diffidenza del cittadino nei confronti delle pubbliche istituzioni; quand’anche non si riscontri un distorto interesse di studiosi locali che, anziché collaborare alla salvaguardia, contribuiscono alla dispersione ed alla conseguente distruzione di fonti documentarie di notevole interesse storico» così si pronunciava G.A. Fiorilli della Sovrintendenza Archivistica per l’Abruzzo e il Molise nel 1980 quando a Teramo fu costituito il “Fondo Concezio Rosa”.

Per una mostra permanente su Primo Riccitelli nella Biblioteca Provinciale “Melchiorre Dèlfico”.

Recentemente Agnese Riccitelli, pronipote del Maestro, ha lanciato un appello ai teramani affinché chiunque possieda partiture o opere inedite di Primo Riccitelli le renda note per consentirne lo studio e l’esecuzione.
L’appello è stato rilanciato dal maestro Scorzelli e arricchito da alcuni episodi tra i quali la donazione da parte di una nobildonna teramana di una romanza alla Società Primo Riccitelli di Teramo.
L’idea di allestire un museo nella casa di Cognoli appare di difficile realizzazione, anche tenendo conto delle numerose modifiche che lo stabile ha subito dal 1885, anno in cui Primo Riccitelli lasciò la casa natale.
Nell’agosto del 2006, in occasione delle manifestazioni commemorative dedicate al Maestro Primo Riccitelli, è stata allestita una mostra storica e documentaria nella Sala di Lettura della Biblioteca Provinciale “Melchiorre Dèlfico” di Teramo. Nella biblioteca esiste tutt’ora un fondo dedicato al Maestro, con lettere autografe, opere originali e libretti a stampa.
La biblioteca è il luogo preposto alla conservazione e alla valorizzazione dei manoscritti e delle opere, in modo particolare per tutto ciò che attiene agli studi locali.
Se esistessero collezionisti o bibliofili in possesso di opere inedite di Primo Riccitelli, la Biblioteca Melchiorre Dèlfico di Teramo sarebbe il luogo deputato capace di garantire la conservazione e la corretta collocazione delle opere.
In una biblioteca (pubblica o privata), ciò che non è catalogato, non esiste.

Articolo pubblicato sul mensile XTE, n.1 settembre 2012 (diffuso in provincia di Teramo)