La Zona di Tarkovskij sul Gran Sasso

Ci sono blocchi di carbon fossile sparsi sul ghiaione e pozzanghere dove l’acqua lascia curve solforose.
Un cammino lungo un giorno sulle creste del Monte Prena e Monte Camicia, passando per le impervie Torri di Casanova: il Centenario.
Una cava di bitume frettolosamente abbandonata all’arrivo dei tedeschi.
Un canyon millenario, che porta giù, fino a Fontevetica, dove pare di sentire i ferri del vecchio West.
Grotte e anfratti, tra mandrie di cavalli e vacche asserragliate all’abbeveraggio presso laghi che si formano e poi scompaiono.
Poi il Monte Cristo, angosciosa vetta senza vertice con ai piedi un’immensa struttura di cemento armato. E’ questa che io chiamo la Zona.
Nella Zona gli uomini andavano a cercare un potere sovrumano, che potesse sovrastare tutti gli altri esseri viventi, un potere temuto, incontrollabile e che nulla aveva a che vedere con il bene collettivo. Un potere chiesto a un’entità sconosciuta e inconoscibile.
Ai piedi del Monte Cristo c’è un’ immensa curva di cemento armato, una traccia umana indelebile, la traccia di un potere sciocco e fine a se stesso. Il vento, la neve e il ghiaccio della montagna combattono per riassorbire mattoni e tubi e piastrelle della grande struttura.
C’è una stanza al piano terra, una piscina di liquami neri dove le piastrelle sembrano esplose, di colpo, tutte insieme. E’ questa la Stanza: forse squillerà un telefono, da qualche parte.

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