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Progetto Poste

Progetto Poste
Rètina ospita il progetto Poste della poeta Mariagiorgia Ulbar.

Sull’indice del blog, nella homepage la sezione dedicata al progetto con la gallery delle prime sei cartoline diffuse con una tiratura di 50 copie numerate.

Per info blogretina.wordpress@gmail.com

Il progetto Poste nasce dalla fascinazione per il viaggio come esperienza di geografia fisica e nello stesso tempo di geografia interiore e per i luoghi vissuti in differita, in un tempo che si stacca dal qui e ora, che vissuto da chi lo vede, un attimo dopo è già memoria. La cartolina rappresenta una scheggia della memoria che passa da chi ha guardato a chi è stato pensato nel momento di quello sguardo, in una comunicazione impossibile perché diacronica eppure tentata e in seguito, forse, accolta.
Il progetto prevede una prima tiratura in 50 copie numerate di sei cartoline che rimandano a sei luoghi: Venezia, Palermo, la scogliera delle Seven Sisters in Inghilterra, Trieste, l’Isola di Cefalonia, la necropoli di Campovalano in Abruzzo. Ogni cartolina è composta da una foto del luogo scattata dall’autrice e una poesia connessa al luogo stesso.
L’idea dell’autrice è quella di un proget in fieri, che durerà negli anni, e raccoglierà sempre nuovi luoghi, sommando pezzi di memoria.
Mariagiorgia Ulbar

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Quello che la fotografia dice e l’immagine nasconde

La fotografia vincitrice del World Press Photo 2013, scattata da Paul Hansen, che immortala per le strade di Gaza il funerale di due bambini, riapre un dibattito mai chiuso sulla post-produzione della fotografia digitale.
Il dibattito imperversa nei blog del settore, non tanto per la liceità dell’intervento di foto-ritocco nel fotogiornalismo quanto per la sostanziale influenza che l’aggiunta di un elemento estetico (un fascio di luce gialla dorata riflesso sul volto dei soggetti) può avere nella lettura complessiva della foto-notizia. Nel fotoreportage il mezzo compositivo della notizia che si vuole raccontare è la luce e la collocazione dei soggetti rappresentati sul fotogramma. Le “figure retoriche”, per così dire, delle quali dispone un fotografo, sono rappresentate dai diversi elementi, per esempio la scelta dell’obiettivo, la collocazione delle luci, la centralità di un soggetto o un fatto rispetto ad un altro.
Un redattore, un corsivista, un giornalista di guerra, compone un articolo avvalendosi di altri mezzi espressivi, le figure retoriche appunto- iperbole, ossimoro, ripetizione, consonanza, poliptoto – il lettore non leggerà l’articolo cercando di rintracciare gli elementi di veridicità del racconto ma giudicherà l’articolo nel suo complesso, cogliendo o meno l’effetto che il redattore voleva dare all’articolo attraverso le figure retoriche. Nella satira per esempio, l’informazione può essere manipolata, a livello letterario, per ottenere l’effetto della critica e, talvolta, della derisione.
I grandi reporter di guerra, non più i corrispondenti italiani (ce ne sono ancora?), componevano i loro “pezzi” dal fronte attingendo a tutti i mezzi linguistici a disposizione per ottenere un certo effetto. Ha senso chiedersi se è legittimo o meno l’utilizzo di certi mezzi espressivi quando si vuole fare della “semplice” cronaca?
Scriveva Buzzati sul Corriere della Sera l’11 ottobre 1963: “Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi”. Questo articolo, che pure è la cronaca del disastro del Vajont, esula dalla schematizzazione delle 5 W del giornalismo inglese eppure, ancora oggi, è l’articolo che meglio descrive quanto avvenne a pochi passi da Erto, Casso e Longarone.
Per la fotografia invece la lettura passa attraverso un’indagine. L’occhio del lettore, anche nel caso di una fotografia (scrivere con la luce) esamina l’immagine cercando di rintracciare gli elementi della finzione. Questo fenomeno, amplificato nell’era del digitale, è quello che io chiamo: “Il paradosso di Abu Ghraib”. Ricordate la foto di Satar Jabar che nel 2004 raffigurava un uomo incappucciato attaccato a degli elettrodi nella famosa prigione? Erano i primi anni della fotografia digitale, almeno i primi della sua diffusione su larga scala, la fotografia non aveva alcun elemento estetico compositivo, doveva soltanto raccontare, eppure il primo dubbio che si diffuse fu: “Sarà vera?”.
Questo ancora oggi ci chiediamo nella lettura di una fotografia e dimentichiamo invece di cercare l’effetto che l’immagine, catturata ed elaborata dal fotografo, vuole ottenere. Gli elementi compositivi, anche del foto-ritocco sono soltanto gli strumenti a disposizione del fotografo per ottenere un certo effetto nel lettore- straniamento, sorpresa, senso del ridicolo, senso della pena, pietà, indignazione. Questo dovremmo cercare in una fotografia, questo cerchiamo negli articoli di un quotidiano. Poco importano gli elementi che il fotografo utilizza per ottenere l’impatto voluto, la fotografia è sempre stata un atto compositivo soggettivo, non ha mai rappresentato la realtà perché la realtà non “accade” in una frazione di secondo e non è fatta di porzioni isolate, di frammenti. La realtà è un flusso in divenire che si lascia guardare in un contesto ampio. Già solo l’atto di isolare una porzione della realtà rappresenta una finzione, un artificio al quale il fotografo ricorre per ottenere un certo effetto.
Non leggiamo Buzzati chiedendoci perché non ci dica chiaramente: “Chi, cosa, quando, dove e perché?” ancora oggi rileggiamo quell’articolo lasciando che l’autore sortisca in noi lettori l’effetto pensato nell’atto compositivo.
Nessuna immagine è aderente alla realtà: quando pensiamo che lo sia, il fotografo ci ha ingannati.