Archivi categoria: il graffio

Il premio

Ci davano confetti all’anice, le suore. Era il premio, dicevano loro, ed effettivamente tale dovevano considerarlo perché veniva sempre dopo lunghe e umilianti prediche.
C’era la madre superiora al Regina Margherita di Teramo, suor Chiara, che aveva una grande scrivania in mogano biondo con un cestino pieno di confetti all’anice.
Dopo le sgridate, i lunghi e pedanti discorsi, le prediche, le ramanzine, la suora addolciva il boccone con un confetto all’anice. Il concetto era quello di “un pugno e una carezza”, un noumeno derviscio con i palmi alternati: uno verso l’alto ed uno verso il basso.
Prendere e dare.
Il principio sottende tutto il nostro contemporaneo sistema sociale: yin e yang, bene e male, bianco e nero, dolce e amaro, agro e dolce, inverte il tragicomico principio secondo il quale “dopo il ridere viene il piangere” o, in questo caso, viceversa. Insomma, il riflesso inconsapevole della generazione che sarebbe diventata la mia, la generazione dell’incoerenza, alla quale i nostri genitori- non solo i miei, si badi, ma tutti i genitori degli anni 80 – ci avrebbero educati.

Il “premio” che arriva dopo la marachella.
Ho avuto molti cani. Fin da bambino. Alcuni li ho addestrati personalmente, ma sarebbe più calzante dire che li ho “educati” personalmente. Non educati a una qualche abilità che potesse rendermi fiero in quanto padrone di un cane poderoso e virtuoso. Li ho educati a vivere da cani. Per qualche tempo ho osservato le criticità connesse all’esistenza di un cane, le necessità, i pericoli, i bisogni, le voglie, le caratteristiche endemiche delle razze, le disparate situazioni nelle quali un cane nella sua vita deve sapersi districare.
Dopo questa mia analisi ho diviso le fasi di training secondo principi chiari, coerenti e comprensibili. Per quanto riguarda i pericoli del territorio, la prima cosa che ho dovuto far capire loro è stata il pericolo degli uomini al volante. Portavo a spasso il cane col guinzaglio tenuto dal finestrino, mi accostavo talmente ai muri da non lasciargli spazio per passare. Adesso, quando passa una macchina, il mio cane si schiaccia contro il muro. Altro pericolo è la naturale propensione dei cani alla fuga. E’ un pericolo perché potrebbero morire di stenti. Per prima cosa portai il mio cane su una montagna e lo lasciai libero. Lo chiamai un paio di volte, non venne, me ne andai. Tornai dopo tre ore. Lo trovai sul ciglio della strada, mortificato, pronto a salire. Il giardino di casa mia ha una porta sempre aperta, il mio cane ogni sera rientra da solo.
Altro rischio: il boccone avvelenato. Presi uno sconosciuto qualunque, un ragazzino. Gli diedi 5 mila lire e gli dissi di portare al mio cane delle polpette piene di pepe e peperoncino. Lo fece. Ora il mio cane non mangia più dagli sconosciuti.
Al guinzaglio l’ho abituato in breve, portandolo con me in giro per colline e campagne, ma questa ritengo non sia una necessità primaria nell’educazione di un cane. Cosa assai importante è inculcare il senso del limite. Alcuni, ignoranti, credono che il cane vada educato con il bastone. Io credo che ad un cane si possa insegnare il senso del limite partendo dal basso. Presi a parlare con tono di voce bassissimo al mio cane, affinché considerasse quella la normale comunicazione tra noi. Nel caso di nefandezze, urlavo in tono secco e cupo: “No!”. Il mio cane riconosce quel grido come sintomo di errore e disapprovazione, quando capita, abbassa le orecchie e si sente completamente umiliato.
A questo punto toccava l’ultimo e più importante degli insegnamenti: non affezionarsi all’uomo, non essere dipendente dall’uomo, in parole povere il mio cane non doveva riporre la propria felicità nel mio amore.
Presi a non salutarlo. I cani vengono abituati a sciocche effusioni, saluti e salamelecchi che li instupidiscono, li rendono melensi e sdolcinati. Così soffrono quando sono lontani dal padrone e non riescono mai a rifarsi una vita tutta loro, una compagna. Elemosinano continuamente la carezza o il buffetto, non pensano a costruirsi una famiglia.
Mi sedevo su un muretto in giardino e guardavo il mio cane negli occhi. Anche per ore, senza mai alzare la mano per accarezzarlo. Adesso io e il mio cane comunichiamo guardandoci negli occhi. Sono convinto che se lo portassi in montagna e fossi travolto da una valanga e solo la mia faccia fosse visibile fuori dal manto nevoso, basterebbe uno sguardo a mandarlo via. E avrebbe salva la vita.
La dolcezza non è sempre un premio. Il premio deve tenere conto del gusto del premiato. A me i confetti all’anice non sono mai piaciuti.
Mia nonna aveva un principio: “I bambini- diceva donna Silvia – si devono baciare soltanto quando dormono”. E questo fa sì che il “premio” uno non se lo aspetti da nessuno, anche perché magari più che un premio potrebbe essere una condanna.
Io di quelle prediche infantili di suor Chiara non ricordo una parola, ricordo solo la spasmodica attesa di quella condanna a forma di confetto bianco.
Com’è ingrato il mondo. E com’è lieto.

Annunci

Il cane da riporto ovvero storia di un ruffiano

Di tutte le categorie canine che si incontrano per campi e scrivanie, la più deprecabile di tutte è il cane da riporto.
Il cane da riporto è quello animale addestrato ad uso et consumo del padrone, una razza inesistente in natura che non ha caratteristiche sue proprie, non vanta virtuosismi, non ha tratti distintivi, connotazioni eleganti o capacità peculiari: il cane da riporto esiste solo e soltanto in funzione del padrone, la dote che più di tutte gli è apprezzata è la fedeltà all’uomo, anzi l’abnegazione. La sola dote che può vantare, la sola caratteristica che gli è richiesta. Non c’è tratto che sia endemico nel carattere del cane, di suo non ha nulla se non quel cordone ombelicale che lo lega zampe e coda alla panza del padrone imperante.
Il padrone ardito e fiero spara le sue, il cane guitto e scodinzolante corre tra le sterpi e nei dirupi per portare indietro la preda. Quello- il padrone – l’arraffa con ingordigia e quell’altro, il cane, invece di ringhiare o reclamare che fa? Scodinzola contento e fiero, addirittura…Che poi la preda la consumi il padrone, non il cane, poco importa. Al cane piace star sotto al tavolo ad aspettar che i commensali gettino l’osso rosicchiato e surpato fino al midollo.
Il buon cane da riporto non fa storie, non si lamenta, resta lì in quell’angolo di strolo, con quegli occhioni imploranti di un sol sguardo da quel padrone tanto avido d’attenzioni e complimenti.
Al cane da riporto non sono richieste iniziative e la razza piano piano perde ogni capacità decisionale, ogni forma di indipendenza, ogni autonomia.
Una dote però, mi tocca dirlo, pure il cane da riporto ce l’ha: è la fedele riverenza al padrone. La venerazione, l’abnegazione più totale. Anche qualora il padrone non fosse poi un cacciatore di livello, anche se le cartucce in fin dei conti fossero fiacche e la preda un misero passerotto, il cane da riporto non fa commenti, non si astrae dal suo ruolo di mera obbedienza e compiacimento, il cane il passerotto lo riporta con la bocca serrata il giusto, con lo sguardo da fagiano o grande preda, in fin dei conti al padrone piace così.
Le poche scuciture che si concede un cane di sì labili fattezze sono quei pochi commenti fatti all’aia sul padrone un po’ incapace, sulla preda sotto misura, sul colpo non proprio a segno. Sono istanti, piccole manfrine da toelettatura, il giorno dopo il cane da riporto è sempre pronto e questuante per uno sguardo o un compito da assolvere, una formica da riportare.
Il cane e il suo padrone, lui ride, l’altro scodinzola, lui tira e l’altro corre, lui lascia e l’altro raccoglie, è questo il gioco che compete ai cani e ai padroni a cui piace averne.
Del resto, quali slanci di libertà potrebbe avere un cane da riporto? Amare un padrone che ti addestra a carne marcia e filo spinato: che sia ben chiaro, la preda non si mangia!
Che disdetta e che triste storia tocca scrivere all’epilogo di un rapporto tanto simbiotico…i casi sono due, un bel giorno il cane la preda se la sbrana e questo gesto, questo azzardo suona tanto di rivolta che al sol pensiero il padrone rimedia a schioppettate.
Oppure c’è il cane esausto, quello che non dà più soddisfazione. Perché è cosa nota che anche il padrone più egocentrico, alla lunga si stufa delle lusinghe del suo cane e v’è il sospetto: che siano mosse fatte all’uopo? Che sia solo l’arte di adorare a vuoto?
Questo dei due è il caso peggiore. Il padrone stanco mette il cane dentro a un sacco e lo lancia.
Giù, da una rupe qualsiasi.
Ben gli sta! A noi, noialtri voglio dire, noi addestratori di cani poderosi, lasciamo l’arbitrio al potenziale, al cane il fiuto, all’uomo l’ingegno e non parliamo mai di “cani e padroni”, ma di uomini e dei loro compagni, fedeli davvero.

Grillo il Ciclope

Si parla tanto in questi giorni del rapporto di Beppe Grillo con la stampa. Se ne parla soprattutto sulla stampa, sui social media, in televisione, in tutti gli ambiti della comunicazione.
Se ne parla, male per giunta, in virtù del rifiuto di Grillo per i giornalisti e i giornalismi italiani. In realtà la strategia comunicativa di uno dei promotori del M5S, Grillo appunto, risulta vincente su tutti i fronti, almeno se tenessimo il tempo- come si fa in par condicio– dei servizi dedicati al comico genovese. Si parla tanto di Grillo, meno del Movimento, proprio per questo sottrarsi alla stampa e al confronto diretto con i giornalisti italiani. Grillo, che della comunicazione ha fatto un business, almeno in passato, ha giocato volente o nolente al gioco della star o del mutante dei fumetti.
I supereroi dei comics americani facevano spesso un bagno di folla tra i reporter, curiosi di strappare una dichiarazione al mutante di turno. In queste tavole, i cronisti facevano sempre una figura mediocre, con tutta probabilità rappresentavano lo straniamento dell’uomo medio di fronte al super dotato eroe. Le nuvolette riportavano più o meno domande insulse come: “Ciclope, una dichiarazione per la stampa”, “Wolverine, ci dica dove prende la sua forza”, “Superman, il mondo è in pericolo?” l’immagine è la stessa della spiaggia livornese dove alcuni freelance e qualche inviato chiedeva: “Grillo, ci dica qualcosa”, “una dichiarazione per la stampa” e il mutante, in qualche modo viene visto così, chiuso nella tuta da mutante, scappa come se fosse un supereroe assediato dai cronisti di qualche vignetta Marvel.
La stampa italiana vede il Movimento 5 stelle un po’ come la stampa americana vedeva gli X-Men, esseri diversi che in virtù della loro diversità rischiavano di mettere sotto sopra l’ordine sociale a stelle e strisce.
Insomma, anche il Movimento ha il suo schivo Charles Xavier (Casaleggio) e, a pensarci bene, anche i nemici di questi nuovi X-Men sono dei mostri, come il Magneto-Berlusconi che sulle tavole dei nostri fumetti abbiamo visto e rivisto in mille occasioni.
Quello che non ha sorpreso la stampa italiana invece è stata la possibilità che il movimento di Grillo ha offerto ai cronisti che volevano fare informazione: pubblicare per intero il programma targato M5S (reperibile sul blog) e, nel caso, contestare tutti i punti, che sono tanti, difficilmente attuabili.
Gridare al populismo, cosa lecita nel caso delle ultime elezioni italiane, è insufficiente, sarebbe stato più efficace contestare l’irrealizzabilità di tanti punti presenti sul programma.
Inutile invece parlare dell’impresentabilità di certi eletti del M5S, la società ha bisogno di supereroi per combattere i super nemici dell’umanità come Razzi, Scilipoti, Santanché…
Insomma se la stampa italiana facesse un ritorno alla sostanza delle cose ed evitasse di farci vedere un Grillo Ciclope, forse gli italiani riuscirebbero a fare valutazioni realistiche sui candidati alla guida del paese.

A proposito, questa è la pubblicità del piumino di Giovanni Chicco: Follow the light