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Quattro assi in croce: storia di una corsa teramana

Maggio 1967. L’Attrito volvente è inversamente proporzionale al raggio del mezzo, l’attrito volvente è inversamente proporzionale al raggio del mezzo, L’ A T T R I T O V O L V E N T E E’ I N VE R SA M E N T E P R O P O R Z I O NAAAALE A L R A G G I O VOL VE NTE… dunque, di questa cosa qui bisogna che si tenga assolutamente conto. Il raggio dei cuscinetti che ho rimediato dallo “sfasciacarrozze” è di 27 cm, quindi siamo ben dentro al regolamento che sancisce in 30 cm il limite massimo per le ruote. I cuscinetti anteriori della carriola sono un po’ più piccoli, 23 cm…avrei voluto beccarli più grandi ma è andata così… Ho apportato una miglioria sensazionale, sarebbe da brevettare, farei senza dubbio successo. Ho tagliato il telaio centrale in due, al centro della carriola, sotto la scocca, l’ho riattaccato con due perni in modo tale che al curvone parabolico che corre attorno al Collegio Ravasco avrò aderenza con tutt’e quattro le ruote. Questa qui è un’idea che neanche l’architetto Carlo Ferrone ha avuto. D’Angelo, Di Michele, Antonio D’Ubaldo… nessuno dei partecipanti potrà vantare una carriola tanto evoluta. Ho rimediato pure due dispositivi per spruzzare l’acqua sui tergicristalli della macchina, ho messo una pompetta vicino alla leva che muove le ruote, così automaticamente spruzzo nafta e tengo lubrificati i cuscinetti, ora devo rimediare la nafta. Neanche Mordente che è una vecchia gloria del Gran Premio delle Carriole di Teramo ha mai pensato una soluzione tanto innovativa.
Già mi gusto la scena: linea di partenza sulla casa cantoniera sopra al castello, 2 batterie da venti corridori allineati, ci saranno tutti, quelli del C.O.M.I., quelli dell’Industriale, del Geometri… tutti i professori a bordo pista e al pit stop, Osvaldo il fabbro di piazzale San Francesco. Io ho rimediato due ringhiere del terrazzino della casa di mia madre a “terra calata”, le ho montate come sponde e fatto curvare due manici per il mio conduttore. Rincorsa sul primo tratto, i cuscinetti incoppiano alla prima pendenza sotto la discesa di via Papa Pio, il portantino monta al volo e via… si prende velocità, i più lenti cominceranno a rimanere indietro al primo attrito sull’asfalto, fino al Ravasco. Imbocco il curvone tenendomi stretto stretto sulla curva e la finisco slargandomi appena, facendo fuori tutta la prima fila. Vetrini, che aveva partecipato alla corsa del ’64 perse vantaggio proprio sulla curva, imbarcò sulle due ruote esterne e si spiattellò contro il muro. E’ qui che subentra il mio sistema di snodo a 4 ruote permanenti, terrò aderenza fino alla fine della parabola e mi rimetterò in asse davanti alla prima fila. Già mi vedo tutte le donnine del Ravasco affacciate alle finestre a guardarmi in pole-position con la super carriola fiammante battente numero 8.
Se avessi potuto zavorrare appena sotto la carena, avrei guadagnato almeno 4 o 5 chilometri orari di vantaggio ma le regole sono severissime, lo scorso aprile alla corsa di Sant’Atto hanno squalificato un corridore della squadra della Gammarana e se sgamano qualche irregolarità è fatta, la premiazione e la coppa a piazza Martiri me le sogno!
Se vinco mi metto la maglia della divisa del basket e sarò un figurino, tutta blu con le righe bianche sulle braccia!
Almeno ho avuto l’accortezza di attaccare il telaio portante alla parte sottostante la carena, così ho fatto una carriola con l’assetto ribassato, roba da Nuvolari.
Già mi vedo proiettato verso l’Olimpo delle corse di carriole, sono sicuro che diventerà una corsa storica a Teramo, tutti i quartieri prepareranno la loro scuderia e poi le scuole… al geometri il professore ha dedicato almeno tre lezioni alla meccanica automobilistica.
L’attrito, l’attrito, tenere conto dell’attrito… non perdere aderenza e stare schiacciati il più possibile per non fare resistenza all’aria, acquattati come la gatta. Ho rimediato un caschetto da un tipo che c’aveva una motoretta sgangherata dalle parti del “castellano“, perché questa posizione stesa, con la faccia a 20 cm da terra non è affatto rassicurante. Metti che i cuscinetti si puntano sul pietrisco o si bloccano in qualche buca, faccio un volo che non è roba da ridere. Almeno questo vecchio caschetto Garelli mi terrà la testa tutta intera ed il cervello al posto giusto, con tutti gli alberi che il Comune ha piantato sotto alle case nuove…il rischio non vale la candela.
Quello che conta è guadagnare il vantaggio dovuto a piazza Garibaldi, in modo da aver raggiunto una discreta velocità perché per il corso poi si guadagna poco o niente.
Stanotte facciamo le prove generali, partiamo dalla casa cantoniera e scendiamo giù per tutto il percorso. Ho avvertito qualche “frichino” di mettersi di vedetta nel caso dovessero spuntare dei fari da qualche parte sulla pista. E’ pericoloso provare di notte, potrei non calibrare bene una curva ed uscire fuori strada verso il bivio della Cona o peggio spiattellarmi dritto per dritto contro il muro di sostegno della torretta dell’Enel, sai che dolori.
Mio padre stanotte è di turno in ospedale, se rincaso tardi e con qualche sfregio sugli avambracci neanche se ne accorgerà e mia madre è una tomba di omertà. Rientrerò dalla terrazza che dà sul boschetto della strada per Torricella e mi ficcherò dritto per dritto sotto le lenzuola e di sicuro mi sognerò la coppa…vinca il migliore!
A tutti quegli inventori di una Teramo d’altri tempi che arrabattavano bolidi da corsa con quattro tavole in croce e qualche vecchia sponda di terrazza.

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Il premio

Ci davano confetti all’anice, le suore. Era il premio, dicevano loro, ed effettivamente tale dovevano considerarlo perché veniva sempre dopo lunghe e umilianti prediche.
C’era la madre superiora al Regina Margherita di Teramo, suor Chiara, che aveva una grande scrivania in mogano biondo con un cestino pieno di confetti all’anice.
Dopo le sgridate, i lunghi e pedanti discorsi, le prediche, le ramanzine, la suora addolciva il boccone con un confetto all’anice. Il concetto era quello di “un pugno e una carezza”, un noumeno derviscio con i palmi alternati: uno verso l’alto ed uno verso il basso.
Prendere e dare.
Il principio sottende tutto il nostro contemporaneo sistema sociale: yin e yang, bene e male, bianco e nero, dolce e amaro, agro e dolce, inverte il tragicomico principio secondo il quale “dopo il ridere viene il piangere” o, in questo caso, viceversa. Insomma, il riflesso inconsapevole della generazione che sarebbe diventata la mia, la generazione dell’incoerenza, alla quale i nostri genitori- non solo i miei, si badi, ma tutti i genitori degli anni 80 – ci avrebbero educati.

Il “premio” che arriva dopo la marachella.
Ho avuto molti cani. Fin da bambino. Alcuni li ho addestrati personalmente, ma sarebbe più calzante dire che li ho “educati” personalmente. Non educati a una qualche abilità che potesse rendermi fiero in quanto padrone di un cane poderoso e virtuoso. Li ho educati a vivere da cani. Per qualche tempo ho osservato le criticità connesse all’esistenza di un cane, le necessità, i pericoli, i bisogni, le voglie, le caratteristiche endemiche delle razze, le disparate situazioni nelle quali un cane nella sua vita deve sapersi districare.
Dopo questa mia analisi ho diviso le fasi di training secondo principi chiari, coerenti e comprensibili. Per quanto riguarda i pericoli del territorio, la prima cosa che ho dovuto far capire loro è stata il pericolo degli uomini al volante. Portavo a spasso il cane col guinzaglio tenuto dal finestrino, mi accostavo talmente ai muri da non lasciargli spazio per passare. Adesso, quando passa una macchina, il mio cane si schiaccia contro il muro. Altro pericolo è la naturale propensione dei cani alla fuga. E’ un pericolo perché potrebbero morire di stenti. Per prima cosa portai il mio cane su una montagna e lo lasciai libero. Lo chiamai un paio di volte, non venne, me ne andai. Tornai dopo tre ore. Lo trovai sul ciglio della strada, mortificato, pronto a salire. Il giardino di casa mia ha una porta sempre aperta, il mio cane ogni sera rientra da solo.
Altro rischio: il boccone avvelenato. Presi uno sconosciuto qualunque, un ragazzino. Gli diedi 5 mila lire e gli dissi di portare al mio cane delle polpette piene di pepe e peperoncino. Lo fece. Ora il mio cane non mangia più dagli sconosciuti.
Al guinzaglio l’ho abituato in breve, portandolo con me in giro per colline e campagne, ma questa ritengo non sia una necessità primaria nell’educazione di un cane. Cosa assai importante è inculcare il senso del limite. Alcuni, ignoranti, credono che il cane vada educato con il bastone. Io credo che ad un cane si possa insegnare il senso del limite partendo dal basso. Presi a parlare con tono di voce bassissimo al mio cane, affinché considerasse quella la normale comunicazione tra noi. Nel caso di nefandezze, urlavo in tono secco e cupo: “No!”. Il mio cane riconosce quel grido come sintomo di errore e disapprovazione, quando capita, abbassa le orecchie e si sente completamente umiliato.
A questo punto toccava l’ultimo e più importante degli insegnamenti: non affezionarsi all’uomo, non essere dipendente dall’uomo, in parole povere il mio cane non doveva riporre la propria felicità nel mio amore.
Presi a non salutarlo. I cani vengono abituati a sciocche effusioni, saluti e salamelecchi che li instupidiscono, li rendono melensi e sdolcinati. Così soffrono quando sono lontani dal padrone e non riescono mai a rifarsi una vita tutta loro, una compagna. Elemosinano continuamente la carezza o il buffetto, non pensano a costruirsi una famiglia.
Mi sedevo su un muretto in giardino e guardavo il mio cane negli occhi. Anche per ore, senza mai alzare la mano per accarezzarlo. Adesso io e il mio cane comunichiamo guardandoci negli occhi. Sono convinto che se lo portassi in montagna e fossi travolto da una valanga e solo la mia faccia fosse visibile fuori dal manto nevoso, basterebbe uno sguardo a mandarlo via. E avrebbe salva la vita.
La dolcezza non è sempre un premio. Il premio deve tenere conto del gusto del premiato. A me i confetti all’anice non sono mai piaciuti.
Mia nonna aveva un principio: “I bambini- diceva donna Silvia – si devono baciare soltanto quando dormono”. E questo fa sì che il “premio” uno non se lo aspetti da nessuno, anche perché magari più che un premio potrebbe essere una condanna.
Io di quelle prediche infantili di suor Chiara non ricordo una parola, ricordo solo la spasmodica attesa di quella condanna a forma di confetto bianco.
Com’è ingrato il mondo. E com’è lieto.

Primo Riccitelli: il testamento

Vittorio Emanuele III
Per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re D’Italia l’anno mille novecento quindici il giorno diciassette ottobre in Villa Cognoli nella casa d’abitazione del sig. Giuseppe Riccitelli. Innanzi di noi Notaio […]
Sono presenti: il sig. Giuseppe Riccitelli fu Pancrazio, possidente, nato e domiciliato in Villa Cognoli di Campli ed i di costui figli sig.ri Antonio, Pancrazio, Emilia, Rosa, Santa e Camilla Riccitelli, possidenti, nati in Villa Cognoli e domiciliati i primi due a Bellante, le altre a Cognoli istessa e l’ultima a Teramo.
Pancrazio risiedeva dunque a Bellante, assieme allo zio prete, Don Emidio. Giuseppe, il padre, aveva “rinnovato” il nome del nonno: Pancrazio. Ma al figliolo nato in quella casa di Villa Cognoli il 9 agosto 1875 piacque, nella vita e nell’arte, essere chiamato Primo Riccitelli. Il Maestro.

Teramo, 21 luglio 2011. Tre uomini attendono sotto un portone, a pochi passi dal Comune di Teramo. Hanno un appuntamento ma non sanno con chi. Quello che sanno è perché: vogliono recuperare le partiture autografe di Primo Riccitelli.
Il campanile del Duomo ha appena suonato undici rintocchi. Nell’appartamento al piano superiore squilla un telefono. I tre uomini sentono il trillo, poi più niente. Qualcuno ha risposto. Tra un capo e l’altro del telefono c’è il massiccio del Gran Sasso. Un telefono squilla in via della Banca e dall’altra parte, un professore attende dal suo studio di Roma una voce di donna.
L’appuntamento salterà. Dopo la telefonata di quel professore, il telefono suonerà a vuoto. I tre uomini dovranno accontentarsi della voce di un balcone: «Andate via, non ho nulla da dirvi».

Il professore. Per anni la vecchia mulattiera di terra e sassi che dal bivio di Sant’Onofrio sale a Cognoli di Campli si trasforma in una meta abituale per due professori. Uno è teramano, appassionato musicologo e collezionista, l’altro viene da Roma. Viene spesso a Teramo e non resta in città a lungo. Va a fare visita all’anziano parroco di Bellante, visita Corropoli e più volte va a trovare amici di Campli. Ma l’interesse dei due professori si concentra sul piccolo borgo, Cognoli.
A Cognoli vive un fabbro, si è trasferito nella frazione nel 1972. Dante è di Civitella del Tronto ma ha sempre vissuto a Campli, almeno da quando fa il saldatore. La casa a Cognoli la compra per far contenta la moglie che è originaria di quelle parti. Ma non solo. La casa è un vero affare, è diroccata, il tetto è da rifare, ma ha una buona rimessa per i trattori e l’officina. Non solo. Il giornalista Fernando Aurini pure saliva spesso a Cognoli, proprio per via di quella casa che per tanti anni è stata data in affitto al vescovado di Teramo. Tre parroci hanno vissuto, almeno da quando Emilia Riccitelli, sorella di Primo, si è trasferita a Giulianova. E’lo zio Emidio, parroco anche lui, che ha aiutato i familiari ad affittare la casa alla parrocchia.
Fernando Aurini contro le pareti di quella casa ha messo una targa per ricordare a tutti che in quel luogo nacque Primo Riccitelli. Quella casa interessa a tanti.
Dante è in contatto continuo con il professore di Teramo, con quello di Roma non parla mai, non ricorda neanche il nome, ricorda però che era un esperto delle opere di Primo Riccitelli.
Non sappiamo in che modo Dante abbia preso parte in questa storia, tant’è che si trova a convivere con dei vicini di casa che vengono da fuori, da Milano, sono i pronipoti di “questo maestro di cui tanto si parla”. A Dante va il merito di mantenere quella targa, su quella parete, in quella casa. Agnese Riccitelli, pronipote del Maestro, vorrebbe fare un museo nella casa natia del compositore. Solo che la casa è divisa in due da una parete interna.
Dante è uno dei tre uomini ad attendere per quell’incontro che non avverrà mai. E’lui ad avere combinato la cosa, è lui ad avere il numero di telefono e l’indirizzo del professore scritti su un foglietto bianco, solo che il professore è morto e la valigia che dovrebbe contenere i manoscritti di Primo Riccitelli, almeno parte di essi, ce l’aveva lui.
Non una valigia di carteggi occulti ma il frutto di una ricerca filologica accurata, che comprende copie de Il Giornale D’Abruzzo, articoli di Fernando Aurini e anche delle lettere autografe recuperate nelle case parrocchiali e forse delle partiture, delle note segnate sul pentagramma da Primo, durante la degenza.
La seconda persona ad attendere sotto a quell’appartamento è un musicista, Scorzelli. Il maestro Scorzelli è titubante, non sa se davvero troveranno le partiture degli ultimi lavori di Primo Riccitelli: «Quando andai all’appuntamento, sapevo solo che una persona era entrata in possesso degli ultimi scritti del maestro. Quando Riccitelli si trasferì dalla sorella a Giulianova, era gravemente malato. Aveva bisogno delle visite continue di un medico che partiva da Teramo. Il maestro non poteva contare su grandi risorse finanziarie e la sorella avrebbe regalato delle partiture autografe al medico, a titolo di compenso. Quelle partiture, almeno così mi è stato detto, sono tutt’ora in possesso dei familiari del medico teramano».
La terza persona ad aspettare in quella via del centro storico di Teramo rappresenta lo Stato. Ha preso parte alla cosa solo con l’intento di rappresentare le istituzioni ed ufficializzare il recupero delle opere di un nostro conterraneo.
Alcune partiture di Primo Riccitelli sono tutt’ora irreperibili.
Perché- qualcuno potrebbe chiedersi- tenere le opere nascoste in un cassetto?
Spesso la tutela degli archivi privati presenta notevoli difficoltà, «dovute alla atavica diffidenza del cittadino nei confronti delle pubbliche istituzioni; quand’anche non si riscontri un distorto interesse di studiosi locali che, anziché collaborare alla salvaguardia, contribuiscono alla dispersione ed alla conseguente distruzione di fonti documentarie di notevole interesse storico» così si pronunciava G.A. Fiorilli della Sovrintendenza Archivistica per l’Abruzzo e il Molise nel 1980 quando a Teramo fu costituito il “Fondo Concezio Rosa”.

Per una mostra permanente su Primo Riccitelli nella Biblioteca Provinciale “Melchiorre Dèlfico”.

Recentemente Agnese Riccitelli, pronipote del Maestro, ha lanciato un appello ai teramani affinché chiunque possieda partiture o opere inedite di Primo Riccitelli le renda note per consentirne lo studio e l’esecuzione.
L’appello è stato rilanciato dal maestro Scorzelli e arricchito da alcuni episodi tra i quali la donazione da parte di una nobildonna teramana di una romanza alla Società Primo Riccitelli di Teramo.
L’idea di allestire un museo nella casa di Cognoli appare di difficile realizzazione, anche tenendo conto delle numerose modifiche che lo stabile ha subito dal 1885, anno in cui Primo Riccitelli lasciò la casa natale.
Nell’agosto del 2006, in occasione delle manifestazioni commemorative dedicate al Maestro Primo Riccitelli, è stata allestita una mostra storica e documentaria nella Sala di Lettura della Biblioteca Provinciale “Melchiorre Dèlfico” di Teramo. Nella biblioteca esiste tutt’ora un fondo dedicato al Maestro, con lettere autografe, opere originali e libretti a stampa.
La biblioteca è il luogo preposto alla conservazione e alla valorizzazione dei manoscritti e delle opere, in modo particolare per tutto ciò che attiene agli studi locali.
Se esistessero collezionisti o bibliofili in possesso di opere inedite di Primo Riccitelli, la Biblioteca Melchiorre Dèlfico di Teramo sarebbe il luogo deputato capace di garantire la conservazione e la corretta collocazione delle opere.
In una biblioteca (pubblica o privata), ciò che non è catalogato, non esiste.

Articolo pubblicato sul mensile XTE, n.1 settembre 2012 (diffuso in provincia di Teramo)

Grillo il Ciclope

Si parla tanto in questi giorni del rapporto di Beppe Grillo con la stampa. Se ne parla soprattutto sulla stampa, sui social media, in televisione, in tutti gli ambiti della comunicazione.
Se ne parla, male per giunta, in virtù del rifiuto di Grillo per i giornalisti e i giornalismi italiani. In realtà la strategia comunicativa di uno dei promotori del M5S, Grillo appunto, risulta vincente su tutti i fronti, almeno se tenessimo il tempo- come si fa in par condicio– dei servizi dedicati al comico genovese. Si parla tanto di Grillo, meno del Movimento, proprio per questo sottrarsi alla stampa e al confronto diretto con i giornalisti italiani. Grillo, che della comunicazione ha fatto un business, almeno in passato, ha giocato volente o nolente al gioco della star o del mutante dei fumetti.
I supereroi dei comics americani facevano spesso un bagno di folla tra i reporter, curiosi di strappare una dichiarazione al mutante di turno. In queste tavole, i cronisti facevano sempre una figura mediocre, con tutta probabilità rappresentavano lo straniamento dell’uomo medio di fronte al super dotato eroe. Le nuvolette riportavano più o meno domande insulse come: “Ciclope, una dichiarazione per la stampa”, “Wolverine, ci dica dove prende la sua forza”, “Superman, il mondo è in pericolo?” l’immagine è la stessa della spiaggia livornese dove alcuni freelance e qualche inviato chiedeva: “Grillo, ci dica qualcosa”, “una dichiarazione per la stampa” e il mutante, in qualche modo viene visto così, chiuso nella tuta da mutante, scappa come se fosse un supereroe assediato dai cronisti di qualche vignetta Marvel.
La stampa italiana vede il Movimento 5 stelle un po’ come la stampa americana vedeva gli X-Men, esseri diversi che in virtù della loro diversità rischiavano di mettere sotto sopra l’ordine sociale a stelle e strisce.
Insomma, anche il Movimento ha il suo schivo Charles Xavier (Casaleggio) e, a pensarci bene, anche i nemici di questi nuovi X-Men sono dei mostri, come il Magneto-Berlusconi che sulle tavole dei nostri fumetti abbiamo visto e rivisto in mille occasioni.
Quello che non ha sorpreso la stampa italiana invece è stata la possibilità che il movimento di Grillo ha offerto ai cronisti che volevano fare informazione: pubblicare per intero il programma targato M5S (reperibile sul blog) e, nel caso, contestare tutti i punti, che sono tanti, difficilmente attuabili.
Gridare al populismo, cosa lecita nel caso delle ultime elezioni italiane, è insufficiente, sarebbe stato più efficace contestare l’irrealizzabilità di tanti punti presenti sul programma.
Inutile invece parlare dell’impresentabilità di certi eletti del M5S, la società ha bisogno di supereroi per combattere i super nemici dell’umanità come Razzi, Scilipoti, Santanché…
Insomma se la stampa italiana facesse un ritorno alla sostanza delle cose ed evitasse di farci vedere un Grillo Ciclope, forse gli italiani riuscirebbero a fare valutazioni realistiche sui candidati alla guida del paese.

A proposito, questa è la pubblicità del piumino di Giovanni Chicco: Follow the light