C’era una volta

panche

Una stanza per stare seduti
in cui io mi sdraiavo.
Da un ingresso di vetro
persone entravano e uscivano.
Io rivedo con occhi velati
e pupille che guardano dentro
primavere snervanti, erbe già marcescenti
così tenere acerbe grafie
che desidero ancora toccare.
Posso dire che c’erano mappe del posto
pendenti sulle pareti,
la foto di un uomo di pietra con largo cappello,
e mostrare cosí un momento del tempo
in cui altri non sono mai stati.

Light-Poetry

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Io sarò me

Terrazzo sulla piazza Dello Spasimo

Sirene, sfingi e arpie stanno qui dietro
da fuori io non le vedo
da dentro se entro poi non esco.
Resterò qui sotto che è lontano
sempre su guarderò,
non si affaccerà nessuno.
Io sarò me se aspetterò in agguato
ciò che è vero che è mistero che è segreto.

Preoccupazione

Sanatorio

Da qualche tempo spariscono le cose
abiti, penne, i racconti di Melville in inglese;
da qualche parte un topo rosicchia
o un buco nero ingoia quel che gli pare.
Potrebbe essere anche la mia testa
che organizza la memoria, la ripassa
ma poi fa rotolare a terra
quel che è adesso
che sparisce e mai si aggiungerà alla storia.

 

[info su Light-Poetry]

La città mancata di Hector Jacinto Cavone Felicioni

E’ scomparso l’architetto Hector Jacinto Cavone Felicioni, presidente della sezione “Valerio Croce” di Italia Nostra. 
Lo scorso anno chiesi all’architetto un contributo per il progetto DiscantoTeramo, lo cercai come persona edotta del bello e dell’architettura. Accolse l’invito con garbo nonostante non ci conoscessimo di persona. Seguirono contatti per mesi, telefonate, chat…utilizzammo ogni mezzo a nostra disposizione per chiarire ogni aspetto del mio proposito editoriale.
Dopo qualche tempo pensai che non avrei mai avuto l’articolo firmato da HJ, mi disse che doveva far riposare il testo in un cassetto. 
L’articolo arrivò mesi dopo, io stavo cercando una diversa collocazione per DiscantoTeramo e decisi di non pubblicare l’intervento sul web ma attendere la stampa di un libriccino, cosa che sto preparando ancora oggi.
Quelle che seguono sono le sue considerazioni,  sugli spazi e sulla società.
In basso, l’ultimo post mandatomi su facebook.

G.B.

E’ sempre più difficile vivere in una società dove all’insegna di una presunta “Libertà” è ormai lecita qualsiasi azione. Ed il mondo dell’architettura non vi si sottrae. Basta osservare. Ma oggi l’osservazione è un lusso in mano a pochi, che hanno potuto, per doti, tempo e denaro, affinarla. Ai più è lasciata la possibilità di vedere, a volte di guardare. Ma solo l’osservazione consente di leggere tra le trame di un fitto tessuto urbano e architettonico quale è il nostro, l’insinuarsi di subdole strutture, che sotto la sembianza dell’innovazione e della “modernità”, sviliscono noi ed il nostro patrimonio architettonico, noi e la nostra cultura, noi e la nostra storia. Solo l’urlo di un coro di voci all’unisono potrebbe essere capace di risvegliarci tutti da una sorta di torpore sociale, che lascia che tutto si compia in un totale silenzio-assenso. Come sostiene Gregotti nel suo libro, tre sono forme di una architettura mancata: la rinuncia al disegno di modificazione del presente come progetto di confronto critico con il contesto, la rinuncia alla capacità di vedere piccolo, con precisione, tra le cose, e la rinuncia alla durata dell’opera di architettura come metafora di eternità.

Senza scadere nel revisionismo storico, è bene, ogni tanto, spolverare le condizioni che hanno causato errori nel passato, per evitare di caderci ancora, anzi comprendendo, dagli eventi succedutisi, sia vizi che le virtù, evitando il ripetersi delle passate sconclusionate azioni, realizzate evidentemente, contro l’interesse stesso della città.

Io credo che tutto quello che è possibile costruire oggi, e mi riferisco chiaramente solo a quelle che possono essere considerate opere architettoniche, deve il tutto a una indispensabile presa di coscienza di ciò che è già stato fatto. Senza le conoscenze del passato, che non significa influenza, degli scritti antichi e delle opere più datate, non possiamo andare oltre, cioè avanti. Per farmi capire uso una frase di Adolf Loos che mi ha molto colpito: “Un architetto è soltanto un muratore che ha imparato il latino”. Sarà memorabile questo presente per aver prodotto la città senza forma, la città degradata, dove ogni luogo ha lo stesso valore, dove non ci sono riferimenti, dove l’omogeneità sconcerta, crea disagio, annichilisce, perchè non stimola nè fantasia, nè tanto meno pensiero. Così mentre ogni piccolo artista cerca il proprio spazio originale, i migliori si ripropongono di copiare gli antichi e di parlare come essi, questo è quanto ho più imparato da Adolf Loos. Cicerone nel de oratore, 2.36, dichiarava:Historia est testis temporum lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis” = “ La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, nunzia dell’antichità”.

Mi piacerebbe che tu inserisca questo mio disegno accanto al mio articolo. grazie

OPLimes

Perimetro Op

Il termine di limes romano in latino aveva un doppio significato:
– nel primo caso, era inteso come “linea di confine”, “limite”, ovvero una barriera per difendersi all’interno dei confini imperiali;
– nel secondo caso, nel significato di “via”, “strada”, costituiva la via di penetrazione all’interno di territori di recente conquista (o ancora da conquistare).
Esso formava l’insieme delle frontiere dell’Impero romano, classificate in base al loro modo di essere barriera: naturale o artificiale.

da Wikipedia, l’enciclopedia libera

OPLimes può essere considerato un progetto conclusivo, poiché nasce con l’idea di concludere un pensiero, di renderlo esplicito dandogli una forma che, nella fattispecie, è quella della fotografia e della poesia. Per molti anni Gaetano Bellone e Mariagiorgia Ulbar, entrambi nati e vissuti a Teramo fino ai diciotto anni, hanno camminato, senza averne particolare coscienza, lungo le mura di confine di un edificio storico teramano: l’Ospedale psichiatrico. In seguito, trasferendosi a vivere in un’altra città, diventando adulti e tornando di tanto in tanto a camminare per i vicoli che segnano il perimetro dell’ex OP con una curiosità accresciuta, hanno realizzato che la linea tante volte calpestata costituisce il limes, nella doppia accezione di confine e limite tra due realtà differenti, quella del dentro e quella del fuori, la realtà dei sani e quella dei matti, la certezza e l’incertezza. Gaetano Bellone e Mariagiorgia Ulbar, essendo nati negli anni Ottanta, non hanno memoria dell’Ospedale psichiatrico in attività, né sono mai entrati all’interno dell’edificio. Con la sequenza di fotografie e poesie di OPLimes intendono raccontare ciò che hanno materialmente conosciuto, ossia la linea geografica di separazione tra i due mondi, la linea divisoria in cui si sono concentrati il dubbio, le ipotesi, l’inquietudine, la memoria e la riflessione e le discussioni sulla ricezione controversa della malattia mentale.

op1

QUI l’intervista di Paola Peluso nello spazio di Teleponte per la presentazione del progetto